venerdì 11 gennaio 2013

VOCI DA DENTRO: MONDI VITALI ED IL CARCERE (Prologo)


"La responsabilità penale è personale. L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. 
Non è ammessa la pena di morte"
(Costituzione della Repubblica italiana, Art. 27)

Dopo oltre dieci anni di incontri presso comunità, case di accoglienza e carceri lombarde con detenuti ed ex-detenuti ho maturato la convinzione che non solo la reclusione carceraria, per come è impostata oggi in Italia, non abbia nulla di rieducativo (opinione direi oggi largamente condivisa) ma che nella maggior parte dei casi questa esperienza sia peggiorativa, ci restituisca cioè uomini e donne più compromessi, più sfiduciati, oserei dire dis-educati e talvolta traumatizzati.
L'aspetto più dirompente della recente sentenza emessa dalla Corte europea dei diritti dell'uomo nella quale si condanna il nostro paese per i trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei detenuti risiede nel fatto che tale pronunciamento non si riferisce a violazioni occasionali ma ad aspetti strutturali, di sistema, un sistema evidentemente deviato alle sue fondamenta.
Chi in carcere ci è entrato, da qualsiasi porta e per qualsiasi motivo lo abbia fatto, converrà con me che tale sentenza in alcun modo stupisce; inquieta semmai, indigna, ci chiede fortemente, disperatamente, di puntare i riflettori su una delle realtà più occulte e meno conosciute del paese.
Eppure esiste a mio avviso una relazione profonda tra l'istituzione carceraria e i temi dell'educazione e della rieducazione a tutti i livelli: questa relazione non riguarda infatti solo i detenuti ma anche tutti noi che da educandi o da educatori in qualche modo abbiamo nella vita occasioni continue di commettere errori o di rapportarci con chi ne commette (a partire, magari, dai nostri figli), di riflettere sulla linea, talvolta sottile, che separa atteggiamenti punitivi da richieste di assunzione di responsabilità. Secondo questa prospettiva e ragionando come comunità dovremmo forse interrogarci se nelle carceri non ci siano anche "i nostri figli", se non ci siano anche cittadini che domani cammineranno al nostro fianco per la strada, se la possibilità che si reinseriscano o che tornino a delinquere non dipende anche, magari in piccola parte, da quali possibilità (materiali e di relazione) verranno loro offerte.
Per non limitarsi esclusivamente a riflessioni personali, più o meno utili o condivise, si vorrebbe dare vita, su questo blog, ad un percorso capace di rimandare le voci (o le grida), le storie, i racconti dal carcere (a partire da Cremona, riferimento territoriale per noi) e dalle persone che essendone parte o avendone fatto parte possano aiutarci a fare luce, con l'ambizione di rilanciare la speranza di abitare luoghi vitali, “mondi vitali”, anche laddove oggi sembrano prevalere spazi brutali, luoghi di morte.
Mi torna in mente la frase di un anziano sacerdote, che recitava così: "un figlio non amato non è semplicemente solo o abbandonato ma è un figlio violentato, privato del pane".
Allora si avverte questa urgenza: partire dai luoghi del non-amore, ovunque essi siano.

Nessun commento:

Posta un commento